Il Parco Nazionale del Pollino e la sua lotta agli incendi: un “modello” da indicare anche ad altre realtà. Giovedì 17 luglio, a Roma, il WWF, nel presentare l’Incendiometro 2008, un dossier in cui sono state identificate le 17 aree più vulnerabili agli incendi estivi e di maggiore pregio naturalistico, ha evidenziato due "buone pratiche", il Pollino e la Provincia di Macerata, che hanno pianificato attività che tengono in conto le due variabili ritenute cruciali nella lotta contro il fuoco, "il tempo e l’azione coordinata a terra", quelle che a parere del WWF “trasformano un piano di prevenzione in un successo”. Alla conferenza stampa è intervenuto il Presidente del Parco del Pollino, Domenico Pappaterra, il quale ha illustrato le attività previste nel Piano partendo dai numeri della scorsa estate. Il Parco del Pollino, nel 2007, si è visto bruciare 6.959 ettari di cui 2.952 di bosco. Per prevenire una nuova emergenza l’Ente Parco si è dotato, primo parco nazionale ad averlo fatto, di un Piano Annuale per la programmazione delle Attività di Previsione, Prevenzione e Lotta Attiva contro gli Incedi Boschivi. L’obiettivo è quello di ridurre le aree percorse dal fuoco e contenere la superficie media ad incendio. Ecco i numeri: 40 punti di avvistamento, 68 automezzi di cui 9 autobotti, 6 cavalli per il servizio di controllo, 150 punti di rifornimento idrico, 21 comandi stazione del CFS con 73 unità, 240 operatori suddivisi in 40 squadre, 14 associazioni di volontariato coinvolte, 190.000 ettari di territorio protetto da salvaguardare. Il piano è operativo già dai primi di luglio è ha come suo punto di forza il cosiddetto ‘metodo Perna’, ovvero, quello utilizzato dall’allora presidente del Parco dell’Aspromonte. Secondo il ‘contratto di responsabilità’ sottoscritto da parco e associazioni si stabilisce un rimborso spese massimo che può ridursi a seguito del verificarsi di incendi nell’area di competenza. Un incentivo a far sì che le aree incendiate siano ridotte al minimo per evitare le speculazioni economiche che nel passato si sono verificate in alcune regioni del sud nelle attività antincendio e in quelle di ripristino ambientale. Quello della Provincia di Macerata è stato, invece, il primo caso che ha già mostrato la sua efficacia. In soli 5 anni, dal 2000 al 2005, la superficie di bosco incendiato è passata dai 452 ettari ad appena 52. Il Piano ha un’altra particolarità: è estremamente efficace dal punto di vista economico, 66.000 euro per il controllo di 215.000 ettari di superficie coinvolta. Si avvale di 350 volontari impiegati in 9 punti di avvistamento fissi e 150 unità mobili. Coinvolge 32 associazioni tra gruppi comunali di protezione civile alle associazioni di volontariato. I punti di avvistamento sono individuati con la collaborazione del Corpo Forestale dello Stato, di alcuni comuni e sulla base delle informazioni tecniche derivate dalla carta del Rischio Incendi Boschivi redatta dalla Regione Marche con il CFS. Una vera macchina da ‘guerra’ contro il fuoco che garantisce un coordinamento del flusso di comunicazioni sullo svolgimento del programma. “Ogni anno – evidenzia il WWF - contiamo i danni causati dagli incendi misurando numero di eventi, superficie bruciata, estensione media. Contiamo le vittime umane e i danni diretti ad alcune economie, ma occorre contare anche l’enorme danno a medio e lungo termine sulla biodiversità: gli incendi, soprattutto nelle aree più pregiate, eliminano molte specie animali e indeboliscono gli ecosistemi e la loro capacità di fornire i servizi anche per l’uomo”. Per questo il WWF ha presentato l’Incendiometro, un dossier in cui sono state identificate, al fine di aiutare la macchina operativa nella lotta contro il fuoco, le 17 aree più vulnerabili agli incendi estivi e di maggiore pregio naturalistico. Gli hot spots sono principalmente concentrati nel centro e sud Italia e annoverano anche il Parco del Pollino.Vanno dall’Appennino Tosco-emiliano (Alpi Apuane-Garfagnana), alla Maremma Tosco-laziale, dai Monti del Matese ai Monti Lepini-Ausonici-Aurunci, dalle aree boschive della Campania, Calabria e Basilicata (area Cilento, Val d’Agri, Pollino), alle Murge e valli fluviali lucane, nel Marchesato di Crotone fino alla Sicilia e Sardegna con 5 aree a rischio ciascuna. In Sicilia: Monti Peloritani-Stretto di Messina, Monti Iblei-tavolati di Ragusa, Madonie, Monti Sicani-Rocca Busambra-colline di Carini, Capo S.Vito-Lo Zingaro-Monte Inici. In Sardegna: Sulcis-Iglesiente, Sarrabus-Gerrei, Gennargentu-Supramonte-Orosei, Monte Limbara, Costa da S.Teodoro a Portobello di Gallura-Bocche di Bonifacio.
Roberto Fittipaldi
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